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Perché l’Amazzonia brucia e cosa possiamo fare per salvarla6 minuti di lettura

I media di tutto il mondo hanno dato di recente la notizia degli incendi che da ormai tre settimane stanno bruciando la foresta amazzonica. Si tratta di incendi artificiali, iniziati dall’uomo in seguito al disboscamento per far spazio a colture, pascoli e attività estrattive, oltre che per ricavare legname. Le fiamme sono talmente diffuse che il fumo e le ceneri sprigionati, oltre a essere visibili dai satelliti, hanno oscurato l’intera città di São Paulo in pieno giorno sollevando preoccupazione anche nei confronti della salubrità dell’aria. Molti studiosi ritengono che la situazione potrebbe peggiorare, considerando che la stagione secca durerà fino a ottobre inoltrato.

Perché l’Amazzonia sta bruciando?

Gli incendi provocati dall’uomo non sono rari in Amazzonia: sono attività “di routine” da parte di chi sfrutta la foresta per motivi commerciali e costituiscono la fase finale del disboscamento. Tuttavia quest’anno pare che i fuochi vengano appiccati a ritmi più intensi del normale e per la maggior parte in circostanze illegali. Stando al National Institute for Space Research, infatti, la foresta amazzonica ha subìto ben 39,129 incendi quest’anno, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo nel 2018. Segno di uno sfruttamento del territorio che aumenta a dismisura, senza alcun controllo da parte delle autorità dato che l’attuale governo brasiliano, con a capo il presidente Bolsonaro, ha tagliato i fondi per il controllo delle attività illegali nelle foreste incoraggiando agricoltori, boscaioli e minatori a intensificare la deforestazione. In realtà la deforestazione industriale dell’Amazzonia va avanti da decenni, da ben prima che Bolsonaro salisse al potere, e non soltanto in Brasile ma in generale in tutto il Sud America.

Le cause della deforestazione in Amazzonia

Più di un quarto della perdita di foreste a livello globale avviene a causa della deforestazione per scopi commerciali, principalmente allevamenti di manzo (per carne, pelle, cosmetici e detergenti), coltivazioni di soia (per mangimi per allevamenti, alimenti e additivi alimentari, cosmetici e detergenti, carburante), olio di palma (per alimenti, carburante, cosmetici e detergenti) e legname (per mobili, costruzioni, carta e imballaggi, cosmetici e detergenti). L’Amazzonia non è esclusa da questo giro di affari, che cancella ogni anno cinque milioni di ettari di foreste dal pianeta, l’equivalente di 15 campi da calcio al minuto. Anche se la deforestazione dovesse fermarsi, purtroppo la maggior parte di questi territori potrebbe essere irrecuperabile.

Tra le compagnie che hanno il controllo diretto sulla gestione delle aree forestali del mondo, il 77% non ha preso alcun impegno a ridurre la deforestazione. Sono tante le aziende che si rifiutano di agire in modo concreto contro il disboscamento e lo sfruttamento intensivo delle foreste. Tra di esse, la nostrana Ferrero SpA figura nella lista delle aziende che negli ultimi anni non hanno mostrato trasparenza sul loro impatto ambientale, insieme a IKEA, Footlocker, Auchan, Mondelez (proprietaria tra i tanti dei marchi Philadelphia, Sottilette, Cipster, Fonzies e Oreo) e molte altre.


Foto di Pok Rie  suPexels

Perché salvare l’Amazzonia?

  • L’Amazzonia produce da sola tra il 6 e il 20% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe da sola il 10% delle emissioni di CO2 nell’atmosfera.
  • L’Amazzonia mantiene in equilibrio il clima a livello globale, influendo sulla frequenza delle piogge, sulla regolazione delle temperature e sulle correnti. Infatti, emette nell’atmosfera 20 milioni di tonnellate di vapore acqueo al giorno e i suoi fiumi trasportano un quinto dell’acqua dolce presente sul pianeta.
  • L’Amazzonia costituisce il 40% delle foreste pluviali presenti sul pianeta e ospita il 10-15% degli animali terrestri. A causa della deforestazione centinaia di specie autoctone, sia animali che vegetali, vanno incontro all’estinzione ogni anno.
  • L’Amazzonia è la casa di centinaia di tribù indigene, molte delle quali ancora isolate e senza contatti con la nostra civiltà, che trovano la loro sussistenza nella foresta. Sono sempre più frequenti i casi di tribù costrette a lasciare i propri insediamenti su minaccia di ritorsioni, e non sono rari gli omicidi. Anche gli attivisti e le associazioni che si occupano di sostenere le comunità locali spesso pagano le conseguenze della loro buona volontà. In aggiunta alla violenza, la deforestazione provoca anche l’inquinamento del territorio, come nel caso dell’estrazione dell’oro, che disperde mercurio.

Se la deforestazione dell’Amazzonia dovesse diventare irreversibile – e ciò secondo gli esperti potrebbe accadere nel prossimo futuro, con la scomparsa di appena un ulteriore 3-8% della foresta – il processo di riciclo dell’acqua interno alla foresta cesserebbe provocando la siccità del territorio e l’indebolimento degli alberi. Abbiamo già le prove di questo declino in atto, dato che negli ultimi 15 anni si sono già verificati tre episodi di grave siccità e sono aumentati gli incendi naturali (molto rari nelle foreste pluviali). Ironicamente (si fa per dire), il 70% del prodotto interno lordo del Brasile deriva dalle aree coltivate che beneficiano delle piogge e dei corsi d’acqua provenienti dall’Amazzonia, quindi la deforestazione di quest’ultima è un cane che si morde la coda.


Foto di KAL VISUALS suUnsplash

Come salvare l’Amazzonia: 5 azioni concrete

Siamo troppo piccoli e insignificanti per cambiare le cose? Assolutamente no. Le rivoluzioni hanno successo quando ognuno fa la propria piccola parte. Ecco cosa possiamo fare per salvare l’Amazzonia:

  • Sostenere le associazioni che si occupano della protezione dell’Amazzonia, sia della sua biodiversità che delle sue comunità locali. Qualche esempio suggerito dal Guardian: Instituto SocioambientalAmazon Watch, ImazonInternational Rivers e Friends of the Earth.
  • Piantare alberi attraverso associazioni come One Tree Planted, che supportano la riforestazione dell’Amazzonia e delle maggiori foreste del mondo. Ricordiamoci, però, che anche il nostro territorio ha bisogno di alberi! Quindi perché non piantarne un po’ di persona?
  • Smettere di finanziare i colossi industriali che hanno interessi poco trasparenti in Amazzonia, boicottando i loro prodotti e ripiegando su alternative ecosostenibili ed equosolidali. Una garanzia di qualità è la certificazione Rainforest Alliance. Purtroppo la connessione con l’Amazzonia non è quasi mai ovvia, neanche per quanto riguarda i prodotti apparentemente innocui che acquistiamo quotidianamente al supermercato come la carta igienica e gli snack confezionati (incluso il cioccolato, che oltre a essere fatto di cacao da origini dubbie può contenere olio di palma).
  • Ridurre il più possibile o eliminare il consumo di carne e impegnarsi nel riciclo e nell’acquisto di prodotti di seconda mano. Il Brasile è uno dei maggiori esportatori di soia, una leguminosa nutriente che viene usata per ingrassare gli animali da allevamento e per produrre additivi alimentari come la lecitina di soia. La crescente domanda di carne a livello mondiale sta facendo aumentare esponenzialmente non soltanto le coltivazioni di soia, ma anche la creazione di pascoli per la produzione di carne di manzo (che spesso va a nutrire i nostri animali domestici). Oltre a diventare mangiatori più attenti, dovremmo anche dare uno sguardo a tutte le nostre abitudini d’acquisto: tantissimi prodotti che compriamo, e che sono spesso superflui o facilmente reperibili di seconda mano, incidono sullo sfruttamento del territorio più di quanto pensiamo. Riciclare e condurre il più possibile una vita “zero waste” può contribuire enormemente al risparmio di risorse, in Amazzonia e non solo.
  • Sollecitare i nostri rappresentanti politici a prendere sul serio le problematiche ambientali e a bloccare gli accordi economici con i paesi che dimostrano di non avere a cuore la salvaguardia dei propri territori. Non sottovalutiamo poi il potere dell’informazione: se parliamo con le persone che ci circondano delle conseguenze del cambiamento climatico e della deforestazione, quelle persone a loro volta informeranno altre persone creando una rete di cittadini consapevoli.

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Martina, 26 anni, femminista da battaglia, stalker di cani e maialini, fagocitatrice di junk food vegetale, lettrice pigra, viaggiatrice (purtroppo) incostante, aspirante salvatrice del pianeta.